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	<title>Massimiliano CarocciMassimiliano Carocci &#187; concerto</title>
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		<title>Chris Robinson Brotherhood</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Mar 2018 11:10:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimilianocarocci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo il secondo, temiamo ormai definitivo, scioglimento dei Black Crowes, il frontman Chris Robinson ha intrapreso una carriera solista di primo livello. La sua Brotherhood sembra uscita da qualche spiaggia della California, dove ci si ritrova a suonare, capelloni, meditando il modo migliore per evitare la chiamata in Vietnam. E invece non sono gli anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="http://www.massimilianocarocci.net/wp-content/uploads/2018/03/CRB-Amsterdam1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-467" title="crb-amsterdam" src="http://www.massimilianocarocci.net/wp-content/uploads/2018/03/CRB-Amsterdam1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
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<p style="text-align: left;">Dopo il secondo, temiamo ormai definitivo, scioglimento dei Black Crowes, il frontman Chris Robinson ha intrapreso una carriera solista di primo livello. La sua Brotherhood sembra uscita da qualche spiaggia della California, dove ci si ritrova a suonare, capelloni, meditando il modo migliore per evitare la chiamata in Vietnam. E invece non sono gli anni &#8217;70 sulla West Coast, è già la seconda decade dei Duemila, e siamo in giro per il mondo.</p>
<p style="text-align: left;">A differenza dello scorso tour la Fratellanza non ha varcato i confini patri (marzo 2016, ottima prestazione al Fabrique di Milano con highlihgts quali &#8220;Shake rattle and roll&#8221; di Big Joe Turner, &#8220;They Love each other&#8221; di Jerry Garcia, &#8220;Down in the flood&#8221; di Dylan. Non so se mi spiego). Quindi abbiamo pensato di muoverci noi verso la ridente Amsterdam per un lungo week end di rock n&#8217; roll. Non avevamo però fatto i conti con lo zio Burian e una delle peggiori ranzate di gelo nella recente storia europea. -7 fuori dal Paradiso (mai nome e calore interno fu più apprezzato); inoltre, oltre manica, neve e tormenta in quel di Dublino hanno bloccato la sezione ritmica della Fratellanza.</p>
<p style="text-align: left;">Come già ad Amburgo la sera precedente dunque, Chris Robinson, Neal Casal e il tastierista Adam Mac Dougall si sono presentati sul palco in un inedito e affascinante trio acustico. All&#8217;ingresso l&#8217;organizzazione proponeva il rimborso del biglietto. Fino a quando siamo entrati noi non aveva accettato nessuno. Il locale risulterà strapieno.</p>
<p style="text-align: left;">Il Paradiso è uno dei luoghi più belli in cui mi sia capitato di partecipare a un concerto. Acustica eccellente, bar ben distribuiti, due piani di loggione per sedersi, un largo parterre dove avvicinarsi al palco. Educazione nordica tra il pubblico e rispetto degli spazi.</p>
<p style="text-align: left;">Chris chiede venia per la sezione ritmica fermata da &#8220;the Beast of the East&#8221;, ricorda che &#8220;Mother Earth&#8221; non va fatta incazzare, quindi presenta un set unico di circa due ore encomiabile per eleganza e precisione stilistica. CSN&amp;Y &#8217;74 sogno con un po&#8217; di generosità. Ma non vado troppo distante. La dolcezza e l&#8217;intensità di pezzi ormai celebri tra i fedeli seguaci dei ragazzi come &#8220;Wheel don&#8217;t roll&#8221;, &#8220;Badlands here we come&#8221;, &#8220;100 hundred days of rain&#8221; profumano di un altro tempo e di semplice grazia.</p>
<p style="text-align: left;">Neal Casal è un chitarrista eclettico e preciso che garantisce alla voce di Chris le sue celebri divagazioni su un tappeto di dolce psichedelia. In tale forma di fatto unplugged il piano di Mac Dougall risulta meno invasivo e più consono alle dolci catarsi inseguite dalle canzoni (in futuro più Merl Saunders e meno Melvin Seals, se mi possono permettere, vecchio Adam). Scivoliamo così in una narrazione equilibrata e coinvolgente che ha il dono della pazienza e della riflessione.</p>
<p style="text-align: left;">Gli encores citano Aretha Franklin (&#8220;Do right woman&#8221;) e poi ci stendono di fiori con &#8220;Drivin&#8217; wheel&#8221;. Vi ho amato tanto anche stasera ragazzi. Il vento gelido di Amsterdam non raffredda il vostro calore.</p>
<p style="text-align: left;">Freak n&#8217; roll, again, brothers!</p>
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		<title>The Who</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Aug 2015 16:03:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimilianocarocci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#60;La recensione emotiva del mio grande amico ed esperto di Rock Luciano Bolzoni del concerto tenuto dagli Who a Birmingham, dicembre 2014, cui ho avuto il piacere di assistere insieme a lui. Come si dice&#8230;ubi maior&#8230;buona lettura!&#62; Va detto che in determinati anni sono stati il primo gruppo del mondo cioè la migliore band di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&lt;<a href="http://www.massimilianocarocci.net/wp-content/uploads/2015/08/theWho.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-415" title="theWho" src="http://www.massimilianocarocci.net/wp-content/uploads/2015/08/theWho.jpg" alt="" width="225" height="225" /></a>La recensione emotiva del mio grande amico ed esperto di Rock Luciano Bolzoni del concerto tenuto dagli Who a Birmingham, dicembre 2014, cui ho avuto il piacere di assistere insieme a lui. Come si dice&#8230;ubi maior&#8230;buona lettura!&gt;</p>
<p>Va detto che in determinati anni sono stati il primo gruppo del mondo cioè la migliore band di r’n’r al mondo e questo, paradossalmente, coincise con la morte di Moonie nel 1978, fatto orribile che però tenne in piedi il gruppo, soprattutto per i meriti di <em>The Ox</em> e per la tenacia del “vero capo” della band, cioè <em>Roger from Oz.</em></p>
<p>Nel 1979 &#8211; Cincinnati a parte &#8211; gli Who erano il miglior gruppo mondiale, almeno dal vivo. In quegli anni assistetti a due show degli Who e due degli Stones e, credetemi, non c’erano paragoni. So di essere troppo critico nei confronti degli Stones, ma il tour da “drogato” di Keith non mi è mai piaciuto più di tanto, troppo scarno il suono, troppo scarso <em>Emotional</em> e poi, fatto personale, aspettavo il mio primo show da sempre, e trovarmi con il mio gruppo del cuore che mi canna l’attacco di <em>Under my thumb</em> tre volte mi stupì e non poco (Lione ‘82).</p>
<p>Ora smetto di parlare male degli Stones e passo ai “miei” Uh.</p>
<p>Questa la set list, costruita sugli hits ma senza comprenderli tutti, vedi la mancanza del loro inno generazionale, ma  con qualche chicca di non poco conto che solo i puristi, Paul su tutti, coglieranno:</p>
<p><a title="Statistics for I Can't Explain by The Who" href="http://www.setlist.fm/stats/songs/the-who-bd6bd2a.html?song=I+Can%27t+Explain" target="_blank">I Can&#8217;t Explain</a> / <a title="Statistics for Substitute by The Who" href="http://www.setlist.fm/stats/songs/the-who-bd6bd2a.html?song=Substitute" target="_blank">Substitute</a> / <a title="Statistics for The Seeker by The Who" href="http://www.setlist.fm/stats/songs/the-who-bd6bd2a.html?song=The+Seeker" target="_blank">The Seeker</a> / <a title="Statistics for Who Are You by The Who" href="http://www.setlist.fm/stats/songs/the-who-bd6bd2a.html?song=Who+Are+You" target="_blank">Who Are You</a> / <a title="Statistics for The Kids Are Alright by The Who" href="http://www.setlist.fm/stats/songs/the-who-bd6bd2a.html?song=The+Kids+Are+Alright" target="_blank">The Kids Are Alrigh</a>t / <a title="Statistics for I Can See for Miles by The Who" href="http://www.setlist.fm/stats/songs/the-who-bd6bd2a.html?song=I+Can+See+for+Miles" target="_blank">I Can See for Miles</a> / <a title="Statistics for Pictures of Lily by The Who" href="http://www.setlist.fm/stats/songs/the-who-bd6bd2a.html?song=Pictures+of+Lily" target="_blank">Pictures of Lily</a> / <a title="Statistics for So Sad About Us by The Who" href="http://www.setlist.fm/stats/songs/the-who-bd6bd2a.html?song=So+Sad+About+Us" target="_blank">So Sad About Us</a> / <a title="Statistics for Behind Blue Eyes by The Who" href="http://www.setlist.fm/stats/songs/the-who-bd6bd2a.html?song=Behind+Blue+Eyes" target="_blank">Behind Blue Eyes</a> / <a title="Statistics for You Better You Bet by The Who" href="http://www.setlist.fm/stats/songs/the-who-bd6bd2a.html?song=You+Better+You+Bet" target="_blank">You Better You Bet</a> / <a title="Statistics for Join Together by The Who" href="http://www.setlist.fm/stats/songs/the-who-bd6bd2a.html?song=Join+Together" target="_blank">Join Together</a> / <a title="Statistics for I'm One by The Who" href="http://www.setlist.fm/stats/songs/the-who-bd6bd2a.html?song=I%27m+One" target="_blank">I&#8217;m One</a> / <a title="Statistics for 5:15 by The Who" href="http://www.setlist.fm/stats/songs/the-who-bd6bd2a.html?song=5:15" target="_blank">5:15</a> / <a title="Statistics for Bell Boy by The Who" href="http://www.setlist.fm/stats/songs/the-who-bd6bd2a.html?song=Bell+Boy" target="_blank">Bell Boy</a> / <a title="Statistics for Love, Reign O'er Me by The Who" href="http://www.setlist.fm/stats/songs/the-who-bd6bd2a.html?song=Love%2c+Reign+O%27er+Me" target="_blank">Love, Reign O&#8217;er Me</a> / <a title="Statistics for Eminence Front by The Who" href="http://www.setlist.fm/stats/songs/the-who-bd6bd2a.html?song=Eminence+Front" target="_blank">Eminence Front</a> / A quick One / Amazing journey / Sparks / Pinball wizard / See me feel me / Baba o’riley / Wont’t get fooled again / attacco di Boris the spider con Pete che imita The Ox / Magic bus (no encore).</p>
<p>Ora la cronaca.</p>
<p>Salto i preamboli turistici rimarcando però la carineria del centro di Birmingham, la gaiezza del loro shopping natalizio, il gran freddo ed il fatto che gli inglesi come popolo sono un gran popolo, a patto che non si guardino le loro stanze d’albergo, il loro cibo e soprattutto i loro “cessi” d’hotel. Per non parlare delle prese elettriche. Comunque dopo i soliti acquisti, soprattutto musicali miei, il giorno del concerto (il 7) ci avviamo in avanscoperta a verificare la lontananza dell’arena e soprattutto il fatto che qui suoni il mio secondo gruppo del cuore. Non ci credo mai. Faccio questa vitaccia da 30 anni ed ogni volta il mio cuore scoppia dalla paura di “non riuscire” a vedere e sentire i miei idoli. Sono malmesso ma speriamo che continui così. Sto guardando ora per la data di Manchester fra qualche giorno…</p>
<p>L’arena è vicino all’hotel e passando in mezzo ai mercatini e alla più incredibile biblioteca pubblica del mondo (e in questo cose sono il miglior popolo della terra!) arriviamo all’arena, uno strano parallelepipedo metà palazzetto e metà palazzo urbano in mezzo ai canali della città (bellissimi).</p>
<p>Verificato che il concerto si terrà aspettiamo con ansia, soprattutto io e dopo varie fasi pomeridiane inutili alle 18.30 ci rechiamo all’arena e molto tranquillamente entriamo.</p>
<p>Dopo un orrendo piatto bollente indiano (ci sono fast food ovunque) acquisto qualche minchiata e 2 gadgets per il bimbo di Davide Sapienza e Cristina Donà, il più grande piccolo fan degli Who italiano.</p>
<p>Entriamo nel catino che è ancora vuoto, ordinatissimo, e subito vediamo anzi vedo il simbolo degli Who rimandato in tutte le sue forme sullo schermone centrale e sui due più piccoli laterali. Gulp. Ci siamo. Scatto mille inutili fotografie.</p>
<p>Attendo con ansia scrutando il placo e le 1000 luci che solitamente contraddistinguono il lightshow degli Who.</p>
<p>Alle 19.30 suonano The Standard Lamps. Molto bravi e divertenti e anche loro, un misto tra CCR e i Charlatans. E poi non gli par vero di aprire per gli Who!</p>
<p>Alle 20.31 si spengono  le luci ed  entrano i musicisti, il direttore d’orchestra e tastierista, già con Roger nel suo tour del 2012, così come gli altri due tastieristi e coristi (troppi!), poi il fratello di Pete, Simon, il grande Pino Palladino, Zak e i 2 Who…</p>
<p>Il mio cuore mi lascia per un minuto e attendo l’attacco, non al cuore…</p>
<p>Si parte quindi con <em>I can’t explain</em> e <em>Substitute</em> la canzone più stoniana degli U, nata proprio come song “alter ego” di <em>19th nervous brakdown</em>… Roger sostituto di Mick. Si racconta proprio così.</p>
<p>Luci bellissime. Il miglior suono che io abbia mai ascoltato. Merito dell’amplificazione ma credo anche della location. Nel parterre tutti seduti ma ordinati. Sulle gradinate tutti seduti.</p>
<p>Sarà così fino alla fine del concerto.</p>
<p>Segue <em>The seeker</em> del progetto <em>Lifehouse</em>, una delle migliori canzoni mai scritte da Pete (ma da lui odiata) in una versione potentissima, contraddistinta dal controtempo della grancassa del figlio di Ringo Starr.</p>
<p>Il motore del gruppo è proprio Zak Starkey: impressionante. E sembra non muovere un muscolo, nascosto dalla sua batteria a sua volta confinata dietro i paraventi trasparenti.</p>
<p>Pete fa lo scemo per tutto il concerto così come Roger il quale ha un pò “più” di voce rispetto al 2012, scherzano, giocano sul titolo delle canzoni e ne spiegano alcune. Ovviamente io non capisco una sega di quanto dicono ma ho l’interprete che però fatica non poco a cogliere le parole, confuse o meglio inserite nei lunghi monologhi di Pete.</p>
<p>Il gruppo è potente, preciso, una vera macchina da guerra e, ripeto, non lo dico da fan: tecnicamente gli Who sono sempre stati impeccabili. La tecnica non è tutto, non è niente senza il cuore ma, come dice il grande artista Corrado Levi, la tecnica ti fa mettere bene un piede dietro l’altro e, aggiungo io, per fare cose semplici o solo apparentemente tali devi essere un professionista e questi lo sono e alla grande. L’arte nasce (anche) dalla tecnica. E dal cuore. E dal respiro.</p>
<p>Non mi dilungo sulla scaletta. Solo alcune (mie) considerazioni. Ottima scelta delle canzoni, soprattutto le chicche <em>Pictures of lily</em> e <em>So dad about</em> <em>us</em> praticamente mai eseguita dal vivo.</p>
<p>Ottimi i tre blocchi dai tre capolavori: <em>Who’s next</em>, <em>Tommy</em> e <em>Quadrophenia</em>. Forse le 4 canzoni da Q. sono state un po’ troppo elaborate, così come <em>Eminence front</em> da <em>It’s hard</em>, che stasera sostituisce la più corale e meno elaborata <em>Cry if you want</em> che speravo di sentire. Unica pecca, aver tolto le 2 canzone da Who by numbers delle altre date.</p>
<p>Notevole <em>Join together</em> che come al solito inizia con lo scacciapensieri. Poi una grande <em>Behind blue eyes</em> e una come sempre sofferta (da Roger) <em>Love reign o’er me</em>.</p>
<p>Dopo circa 2 ore arriva il vero encore, con i 2 capolavori del miglior disco della storia del r’n’r, <em>Baba O’Riley</em> e <em>Wont’t get fooled again. </em>Magiche e potenti come sempre e più di sempre.</p>
<p>Roger E’ veramente gli Who e ancora “da vecchio” incarna nel suo urlo finale tutta la nostra scontentezza di “non” avercela fatta come giovane società. Seguono 2 finti bis, <em>Boris</em> appena accennata ed una grande <em>Magic bus</em> che inizia sul basso di Palladino, finalmente udibile. Certo non è facile rimpiazzare il più grande bassista di sempre, che viene proiettato nel suo assolo di <em>5.15</em> (un po’ macabro) così come Moonie in un coretto. Queste cose non mi sono mai piaciute ma tant’è.</p>
<p>Questo è tutto, questo è tanto.</p>
<p>Luciano</p>
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		<title>Flamin&#8217; Groovies</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2015 13:20:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimilianocarocci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È capitato a tutti, credo, di pronunciare almeno una volta la triste frase “meritava di più”, riferita ad un amico, un artista, magari un giocatore. S’intende sottolineare una sorte infelice, quella data dal talento non supportato dalla fortuna che avrebbe meritato. I Flamin’ Groovies nella loro cinquantennale carriera hanno affrontato spesso gli strali dell’avverso destino. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.massimilianocarocci.net/wp-content/uploads/2015/07/FlaminGroovies.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-384" title="Flamin'Groovies" src="http://www.massimilianocarocci.net/wp-content/uploads/2015/07/FlaminGroovies.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><span style="color: #000000;">È capitato a tutti, credo, di pronunciare almeno una volta la triste frase “meritava di più”, riferita ad un amico, un artista, magari un giocatore. S’intende sottolineare una sorte infelice, quella data dal talento non supportato dalla fortuna che avrebbe meritato. I Flamin’ Groovies nella loro cinquantennale carriera hanno affrontato spesso gli strali dell’avverso destino. Cambi di formazioni, abbandoni, rifiuti, insuccessi, problemi di droga. Nati e cresciuti nel floridissimo giardino della San Francisco anni ’60 erano però fiori diversi, emanavano da subito aromi particolari. Mentre Grateful Dead, Jefferson Airplane, Big Brother &amp; The Holding Company, Quicksilver Messenger Service e Moby Grape </span><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> </span><span style="color: #000000;">scivolavano tra psichedelica e blues, i Groovies &#8211; ammantati dalla fluidità compositiva di Cyril Jordan &#8211; si abbeveravano alle radici del rock anni ’50 di Chuck Berry e Little Richard, nell’eco di Beatles e Stones.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E dunque mentre quei gruppi saltavano sul treno del futuro – o meglio, lo conducevano a forza di sperimentazione e potenza, generando anche, nel caso dei Dead, una sorta di società libertaria itinerante – i Groovies si cimentavano con il duro ruolo degl’incompresi. Con le loro giacche di pelle scura, gli occhiali da sole, gli stivali da teddy boys incarnavano alla perfezione l’anima più dura del rock e della ribellione giovanile – la libertà del non avere niente, o molto poco, di vivere con difficoltà della propria arte. E così hanno proseguito, senza lamentarsi o tradirsi, apprezzati e rispettati da colleghi e critici, guadagnandosi col tempo anche un discreto pubblico, soprattutto in Europa. All’interno del grande circo del rock decaduto spesso nel narcisismo glam, i loro spettacoli detenevano la concretezza primordiale della rivolta &#8211; estetica, esistenziale – e la maestria vera di essere duri, diretti, puri e insieme semplici. </span></p>
<p><span style="color: #000000;">L’ingresso nel ’71 di Chris Wilson apportò maggiori dolcezze melodiche, sull’esempio dei Byrds, ma anche, grazie alla sua voce più elastica ed eclettica, possibilità di strigliate in stile Jerry Lee Lewis. Il basso incombente di George Alexander completava una front-line di tutto rispetto. </span><em><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Shake some action </span></em><span style="color: #000000;">del ’76, all’alba del punk, la loro miglior creazione ed il maggior successo. Da lì in poi, ottimi concerti, molti chilometri ai margini del grande business, e quindi pochi soldi. Infine, stanchi e delusi, l’abbandono del sogno e il ritiro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Fino ad oggi, “reunion and farewell tour”, ovvero tour di riunione e insieme d’addio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Quando vedo salire i tre eroi sul palco, ormai settantenni, accompagnati da un giovane batterista, non posso che gioire. Sono affabili e sorridenti, sembrano felici e dimostrano subito di essere pronti. Colore più diffuso il nero, Cyril Jordan anche con gli stivali. Giusto un ringraziamento veloce al pubblico italiano e si parte. Dal primo accordo sono una bomba di potenza, educazione e dolcezza. </span><em><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">I can’t hide</span></em><span style="color: #000000;"> ci scalda subito lasciando la loro tipica firma di distensione e scioltezza. Il concerto ripercorre in un’ora e mezza &#8211; senza pause né cadute, sempre perfetti e coordinati – la loro storia e quindi quella del rock. L’esplosione degli anni ’50, la dolcezza folk dei ’60, l’elettricità del ’70. È un’antologia di cosa dovrebbe essere una band.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Quando il concerto finisce una piccola ovazione li accoglie, noi tutti li ringraziamo. Penso ai tempo passato, ai sogni inseguiti, agli onori raccolti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non vorrei più pronunciarla quella frase “meritava di più”, né vorrei che qualcuno la dicesse riferita a me. Ma se dovesse capitare, penserei, tra gli altri, ai Flamin’ Groovies, alla loro tenacia, alla loro integrità, a quel sereno orgoglio di continuare a provare, perché il sogno può esser lontano e la sua mancanza ferirti, e questa è la vita, perché oltre al fine conta il movimento, il rimanere onesti, il rimanere se stessi. Cercatori di bellezza, responsabili d’armonia. E i Flamin’ Groovies lo sono stati.</span></p>
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		<title>Luther Dickinson</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jul 2015 07:36:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimilianocarocci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando Angelo “Leadbelly” Rossi scende dal palco mi passa di fianco un ragazzo in jeans e camicia scura, i capelli alla mohicana fissati indietro dal gel. Non può essere lui. Invece è lui. Luther. Forse oggi – insieme a Warren Haynes e Dereck Trucks – il miglior chitarrista vivente. Sale sul palco e incomincia a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.massimilianocarocci.net/wp-content/uploads/2015/07/luther.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-371" title="luther" src="http://www.massimilianocarocci.net/wp-content/uploads/2015/07/luther.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><span style="color: #000000;">Quando Angelo “Leadbelly” Rossi scende dal palco mi passa di fianco un ragazzo in jeans e camicia scura, i capelli alla mohicana fissati indietro dal gel. Non può essere lui. Invece </span><em><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">è</span></em><span style="color: #000000;"> lui. Luther. Forse oggi – insieme a Warren Haynes e Dereck Trucks – il miglior chitarrista vivente. </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sale sul palco e incomincia a sistemare la sua strumentazione. L’accompagna solo un batterista. Si alzano i primi applausi dell’</span><em><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Unaetrentacinquecirca</span></em><span style="color: #000000;"> di Cantù, Luther risponde sorridente. Poco dopo inizia il concerto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sono seduto in prima fila, a forse un metro e mezzo dalla sua chitarra. È uno spettacolo di eleganza e maestria, Luther scivola nel blues dal primo accordo, e il fiume del piacere scorre limpido. Detiene un repertorio sconfinato di canzoni ed esperienza, sceglie qua e là gemme da far brillare tra North Mississippi Allstars, Dylan, i suoi dischi solisti – dei Black Crowes, invece, solo il ricordo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ciò che seduce di lui è proprio questo: la totale serenità, l’assenza di protagonismo, di furbizia o narcisismo. Luther è l’essenza del blues, la sua Verità più profonda. Il veleno della vita che raccontato libera dal suo peccato. Il blues ti abbraccia e ti ferisce, Luther ne riesce oggi a dare l’ultima interpretazione, forse la più leggera, fiera ed insieme potente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La vivacità delle sue composizioni infatti risente dell’educazione paterna – il grande produttore Jim Dickinson, scomparso qualche tempo fa – e di tutta la tradizione americana, il suo sud di abbandono e rivolta.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E dopo ogni storia, Luther ringrazia e saluta, sempre sorridente. Racconta del lungo viaggio che l’ha portato qua, ringrazia per l’ospitalità e le bellezze dell’Italia. È sincero. Scherza con il batterista, si fa portare un bel bicchiere di whiskey e poi imbraccia la chitarra come un fioretto elettrico, ma senza nemici da colpire. Solo il vento d’attraversare, colorandone la brezza.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Un’ora e mezza di grande musica e di felicità per un artista vero che è rimasto umile, che ci insegna quanta ricchezza ancora possa donarci il passato se lo ravviviamo di passione, se lo facciamo rinascere futuro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Alla fine, una jam potente ed equilibrata con Angelo “Leadbelly” chiamato sul palco.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">A fine concerto Luther firma autografi e abbraccia i fan che chiedono una foto – me compreso. Sorride sempre. Lo ringrazio. Ci abbracciamo. </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Che bello il blues. Che bella la musica.</span></p>
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		<title>Rodriguez</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Mar 2014 22:04:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimilianocarocci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Concerti]]></category>
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		<description><![CDATA[Milano, Auditorium, 22 marzo 2014 È difficile non essere romantici davanti a storie del genere. Dall’emarginazione alla salvezza. Dalla sconfitta alla liberazione. Come dopo un lungo e violento diluvio. Quando il cielo schiarisce, le nuvole si diradano, il sole scintilla nelle pozzanghere in strada. Il diluvio è stata la Sua vita, nella parte povera di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><a href="http://www.massimilianocarocci.net/wp-content/uploads/2014/03/rodriguez3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-320" title="rodriguez3" src="http://www.massimilianocarocci.net/wp-content/uploads/2014/03/rodriguez3.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Milano, Auditorium, 22 marzo 2014</span></p>
<p><span style="color: #000000;">È difficile non essere romantici davanti a storie del genere. Dall’emarginazione alla salvezza. Dalla sconfitta alla liberazione. Come dopo un lungo e violento diluvio. Quando il cielo schiarisce, le nuvole si diradano, il sole scintilla nelle pozzanghere in strada. Il diluvio è stata la Sua vita, nella parte povera di Detroit, operaio carpentiere, le braccia forti d’immigrato che rendono macerie le forme scartate che non servono più. La nuova luce l’abbiamo davanti a noi, è Lui stesso, ora, sul palco. </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sixto Rodriguez incise due dischi nei primi anni ’70, <em>Cold Fact</em> e Coming<em> from reality</em>; echi dylaniane in un folk blues dolce quanto<span style="font-family: Times New Roman;">  </span>malinconico, in cui ai temi sociali si univa l’esistenzialismo di uno sguardo poetico nella vita di strada. Nonostante le ottime recensioni vendette poco, la casa discografica non gli rinnovò il contratto. Rodriguez dovette così abbandonare la sua arte provvedendo da lì in poi alla Sua famiglia “solo” con la fatica del suo lavoro. Tanto. Mal pagato. Faticoso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Proprio negli anni in cui lo show business recitava il gran rifiuto verso la sua arte, a sua insaputa il movimento anti-apartheid sudafricano aveva fatto delle sue canzoni gli inni della propria lotta. Rendendo Rodriguez un mito, al pari di Elvis. Da idolatrare e raccontare. Intorno alla sua figura aleggiavano strane storie – si era ucciso sul palco, era morto di overdose in carcere – nella loro contraddizione recitavano tuttavia la medesima certezza. Rodriguez è morto. Rodriguez invece era vivo e continuava a lottare. Anche per loro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Dopo aver cambiato una ventina di appartamenti a <em><span style="font-family: Times New Roman;">downtown </span></em>Detroit si era infine stabilito nella casa che abita ancora oggi, dopo quarant’anni. I suoi colleghi lo vedevano arrivare al lavoro elegante come un principe e sereno come un maestro: senza tante parole raccoglieva gli arnesi da lavoro e iniziava a distruggere. Quelle stesse mani che accarezzavano la chitarra come i capelli di una ninfa innamorata della tua poesia. Impegnato nella vita della comunità, lui, immigrato di origini messicane, si era anche candidato sindaco. Dalla narrazione degli ultimi voleva accedere alla loro protezione e azione politica. Non era stato eletto, naturalmente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Poi il miracolo. I suoi fan sudafricani vogliono vedere chiaro sull’identità del loro idolo, sulla sua fine. Con l’avvento di internet aprono un blog, un giorno arriva un messaggio da Detroit. Una ragazza scrive di essere una delle figlie di Rodriguez. Il poeta si ricongiunge al proprio pubblico, alle sue stesse parole. Il mito torna a se stesso, la realtà decide di raccontarsi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il 6 marzo 1998 il Sudafrica ormai libero dalla vergogna dell’apartheid abbraccia il primo, gremito, atteso, benedetto concerto di Rodriguez. Un trionfo. Lacrime. Applausi. Il cerchio magico della vita che abbraccia chi prima aveva escluso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questo miracolo è stato narrato nel documentario <em><span style="font-family: Times New Roman;">Sugar Man </span></em>vincitore l’anno scorso del premio Oscar. Questo miracolo ho avuto la fortuna di conoscere e condividere, e, ieri sera, vedere sul palco dell’Auditorium di Milano. Mi sono commosso ieri sera a vederlo, mi commuovo ora a scriverne.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Rodriguez è accompagnato sulla scena, a braccetto, il passo lento e insicuro, curvo sulla schiena. Uno strano silenzio scende sulla sala dopo gli applausi iniziali. Percepisco il timore fra il pubblico che Rodriguez non riesca a ripetere il prodigio cui abbiamo assistito nel documentario. Indossa gli occhiali scuri, un grande cappello nero, imbraccia la sua chitarra.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>Pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra </em>cantava Faber. Penso io è bello che Rodriguez abbia sempre mantenuto questa dolcezza con cui ha lasciato scorrere il destino. La dolcezza con cui le sue dita scivolano sulle corde della chitarra. Di nuovo l’immagine, potente, dalla distruzione dell’occupazione operaia alla creatività sincronica della musica.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>Love me or leave me </em>di Nina Simone, il ritmo inquieto nella vitale contraddizione dell’amore, apre le danze. Rodriguez oppone alla rigidità antica, ormai, del corpo suo, vecchio guerriero, la purezza quasi infantile del sorriso e delle parole. Le canzoni di <em><span style="font-family: Times New Roman;">Sugar Man </span></em>sono sfogliate con destrezza mentre il richiamo a Elvis della cover graffiante di <em><span style="font-family: Times New Roman;">Blue suede shoes </span></em>nasconde sotto il manto dell’omaggio al Re lo sberleffo scanzonato all’America e ai suoi miti. Rodriguez suona anche il rock. <em><span style="font-family: Times New Roman;">Lucille </span></em>di Little Richard è gridata come una piccola ribellione dentro la scenografia sempre nostalgica delle sue altre perle. Dopo un’ora di concerto Rodriguez esce di scena, poco dopo vi ritorna, senza più la giacca, in seguito ad un’ovazione. </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il sangue nativo americano che gli scorre nelle vene lo aiuta e lo determina nella serenità e nel silenzio. Sembra uno sciamano. Ringrazia, con onore. <em><span style="font-family: Times New Roman;">Fever</span></em>, l’ultima cover prima del saluto, un’ora e mezza di musica, una lezione non quantificabile. Grazie a te Rodriguez.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Quale sottile linea (rossa) divide e unisce il talento dal destino. Possiamo, dobbiamo inseguirlo. Ma certo è solo Lui che ci troverà. Cerchiamo di meritarlo, cerchiamo di sorridergli, anche se vorremmo insultarlo. Aspettiamolo, senza sperare, senza pensare, concentriamoci sulla nostra arte, lasciamo scorrere la rugiada&#8230; Rodriguez l’ha fatto. Rodriguez è vero.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La Comune di Parigi, il Grande Torino, Madame Bovary, i Malavoglia, Wounded Knee. Tutto l’intero <em><span style="font-family: Times New Roman;">ciclo dei Vinti </span></em>appare in lui riscattato. Quanto dolore, e talento nascosto, rifiutato, ignorato c’è oggi, penso, mentre cammino nel Ticinese sulla via verso casa. Mi ricordo d&#8217; esser puro, di restare nobile, sempre, qualunque cosa succeda. Come lui.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Diluvia su Milano. Per cinquant’anni ha diluviato su Rodriguez, lui non ha mai ceduto al richiamo del rancore, non è caduto nella ribellione facile della tristezza. Ha lottato. Ha sorriso. Quale insegnamento si respira da questa storia, quale illuminazione. Non hai avuto successo Rodriguez, fratello mio, ora hai la Gloria, l’immortale stele della Bellezza possa coprirti la schiena curva di lavoro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sciamano dolce, guerriero bambino, ti sia lieve il tuo nuovo, vero Destino.</span></p>
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